A scorrere tra gli articoli di questo blog non so quanto sarebbe evidente che una delle mie grandi passioni è l’animazione giapponese, a giudicare dagli zero consigli che le ho dedicato. Considerando che è da quando ho dieci anni che la mia regolare alimentazione è composta da un mix di anime stagionali, grandi classici e Altre Cose Varie questo gap potrebbe sembrare strano, ma la verità è che negli ultimi anni il tempo che dedico alle serie animate si è parecchio ridotto – compreso quello che potrebbe essere utilizzato per eventuali rewatch di serie che meriterebbero un post su un blog di narrativa insolita (vedi Kuuchuu Buranko, Red Garden e diversi altri). Le ore che ancora rimangono all’animazione giapponese ormai sono tutte per 1) qualche anime stagionale che attira la mia attenzione, e 2) gli anime dei primi anni duemila che occupano uno spazio nella mia watchlist da più di dieci anni. Ho sempre trovato la decade 00-10 un periodo ricchissimo di animazione interessante, peculiare, con storie spesso non derivati da un manga preesistente, o a volte nati come parte di un progetto multimediale, concetto che ho sempre trovato intrigante, a prescindere dalla qualità effettiva della realizzazione. Dunque oggi parliamo di un isekai.
STOP. THE DOORS ARE ALREADY SEALED. Prometto che non sto per dedicare uno dei miei preziosi quattro consigli annuali alla merda che infesta le liste degli anime stagionali attualmente – perché, al di là della facile battuta, il genere portal fantasy/isekai/come vi piace chiamarlo ha in realtà una ricchissima tradizione multimediale di cui questa specifica e sfortunata ondata è solo la punta dell’iceberg. Grazie a dio. Ok, quindi torniamo a bomba su questo Jūni Kokuki: si tratta di un anime di quarantacinque episodi nato come adattamento di una serie di light novel piuttosto popolare in Giappone – scritte da Fuyumi Ono, la stessa autrice di Ghost Hunt e Shiki, per capirci – che segue le avventure di Youko Nakajima, un’insicura studentessa sedicenne che si trova catapultata in un mondo parallelo a seguito di un incontro con un bizzarro figuro che le giura fedeltà prima di legare sua anima a quella di uno spirito guerriero. Tuttavia, quando Youko e gli altri due ragazzi trasportati con lei per errore (Sugimoto e Asano, suoi compagni di scuola) perdono l’unica guida su cui avrebbero potuto contare per navigare le strade pericolose di questo mondo, si rendono ben presto conto di essere tutt’altro che benvenuti sulle spiagge di Kou – e la loro già fragile alleanza inizia ad incrinarsi. Che cosa succederà a Youko nel corso dei suoi viaggi, e che cosa sarà costretta a fare per sopravvivere in questo mondo in cui è stata gettata contro la sua volontà, è materiale per una storia con alti altissimi e bassi bassissimi… Nella migliore tradizione dei consigli di questo blog.
Questa è Youko, dopo la radicale modifica del suo aspetto a seguito dell’arrivo nell’altro mondo. E con radicale modifica intendo dire l’abbronzatura e la sfumatura di rosso dei capelli.
Per spezzare un po’ la monotonia della struttura dei suddetti, togliamoci subito uno di questi bassi bassissimi: il tormentato rapporto di Jūni Kokuki con la sua cosmologia. La nostra protagonista scoprirà infatti ben presto che il mondo diviso in dodici regni – da cui il titolo inglese Twelve Kingdoms– in cui è stata lanciata è governato dalla volontà divina, che elegge periodicamente tramite i suoi servitori i regnanti di ciascuna corte tramite i kirin, creature predestinate che sono le uniche a poter viaggiare liberamente tra i due mondi e che vagano alla ricerca del legittimo erede al trono. Come forse potreste avere già inteso da quest’ultima frase, il primo arco della serie animata seguirà la nascente consapevolezza di Youko circa il destino che dovrebbe attenderla in questo mondo, costellato da dubbi, domande e incomprensioni circa la vera natura di questa predestinazione. La serie infatti tratta la propria premessa con la meticolosità che merita, e da spettatori vediamo più volte come questo sistema d’elezione sia tutt’altro che perfetto: i sovrani, divenuti immortali il giorno dell’incoronazione assieme ai loro burocrati, spesso e volentieri scivolano nella tirannia, nell’ossessione e nella violenza indiscriminata, portando il regno alla rovina; nonostante la palpabile presenza del sovrannaturale nel mondo, la divinità non s’immischia mai in queste faccende: sono sempre e solo gli umani a fare i conti con queste crudeltà, cercando di deporre il regnante, di scappare dalle sue terre, o di sopravvivere come meglio possono.
Al di là dell’evidente influenza che la storia e la mitologia cinese hanno avuto su questa serie, un worldbuilding del genere offre una gran quantità di spunti, che spaziano dalla filosofia fino all’horror esistenziale (tfw esistono gli dèi e fanno schifo); purtroppo alla serie interessa poco esplorare come i vari personaggi potrebbero sentirsi riguardo ad una situazione del genere, e come reagiscono quando sono messi di fronte alla crudeltà di questo sistema severo e implacabile. Intendiamoci, sono una grande sostenitrice del fatto che ogni storia scelga di esplorare le suggestioni che preferisce tra quelle che emergono dal suo materiale, ma spesso e volentieri Jūni Kokuki è disonesto nei confronti dei personaggi che più di tutti potrebbero maturare dubbi e domande sul sistema-mondo in cui vivono, appiattendo e fugando le loro preoccupazioni in maniera artificiosa e a volte insensata, sulla scia del fantasy con radici reazionarie che grida da ogni poro che il destino e gli dèi non solo sono veri, ma sono anche giusti&saggi&benevoli. Il che è davvero un peccato, specialmente quando personaggi che fanno dell’insofferenza verso i re e gli imperatori la loro bandiera – come Enki, il kirin del regno di En – sembrano promettere un interesse della narrazione a mettere a nudo i limiti della volontà divina, per poi vedere il loro conflitto centrale sciogliersi sulla base di motivazioni deboli e poco incisive. Ci sono diverse scene molto belle che gettano il seme per una riflessione sulla volontà divina immutabile e sull’eterna questione (“ma se gli dèi esistono perché non intervengono?”), ma la pianta appassisce subito.
La serie è animata in maniera un po’ altalenante, ma gli sfondi spakkano. Notare la piccola chimera.
Questa indifferenza di Jūni Kokuki nei confronti della complessità morale e filosofica alla base delle proprie premesse è dovuta in parte a convenzioni del genere che si guardano bene dall’esaminare le conseguenze del mondo che hanno costruito, in parte al fatto che ciò che interessa davvero alla serie, e di gran lunga il suo aspetto più meritevole, è l’interiorità dei personaggi: ciascuna delle protagoniste e dei personaggi principali è intrecciato con gli altri in un affascinante sistema di parallelismi che contrappone e intreccia i caratteri, i desideri e i difetti degli uni e degli altri. Tanto Youko è insicura, pavida e incapace di prendere una decisione, tanto Sugimoto è arrogante, litigiosa e sprezzante del pericolo – eppure sono entrambe egoiste, ripiegate su sé stesse e incapaci di immedesimarsi nelle altre persone. Questa loro specularità è messa in luce dalla serie ancora e ancora, con modalità teatrali e per nulla sottili, ma ugualmente incisive e appassionanti, se non altro perché intrecciate a doppio filo con la mitologia e la magia della terra nella quale sono approdate. Lo stesso vale per le protagoniste del terzo arco narrativo della serie, in egual misura perseguitate dagli eventi e incastrate in quelle modalità di reazione alla violenza che rendono loro impossibile interfacciarsi con la realtà dei fatti e costruire la propria vita in maniera libera e coraggiosa. Anche il protagonista del secondo arco, incentrato su un misterioso ex compagno di scuola delle due ragazze, e la maggior parte dei comprimari (escludendo il fastidioso e perfetto re di En), sono scritti in maniera interessante, con personalità distinte, sfaccettate e in evoluzione, costretti dagli eventi e dalle necessità a liberarsi di ciò che ostacola la loro crescita e la loro esistenza… o a fallire e subirne le conseguenze.
Già, perché nonostante quest’impostazione da bildungsroman riservato se non ai giovanissimi, perlomeno ai giovani, la serie non risparmia ai propri personaggi nulla di ciò che può capitare a chi vive, o viene catapultato, nel mondo dei dodici regni. I tre amici (per una certa definizione del termine) protagonisti della prima parte della serie devono interfacciarsi con una serie di ostacoli fisici, con la crudeltà di aggressori e trafficanti, con la discriminazione dei confronti dei kaikyaku – i giapponesi capitati sulle spiagge dei dodici regni – e con la fame, la violenza e in certi casi anche la tortura. Anche se la serie porta avanti la rigorosa tradizione degli shōnen di non mostrare ferite e mutilazioni in maniera esplicita, diversi frame sottintendono una crudeltà inusuale; anche al di là della violenza fisica, la serie in più momenti affronta anche il forte straniamento che si prova nel vivere in un mondo che appare alieno e incomprensibile, sia per via della barriera linguistica, trattata in maniera piuttosto realistica, sia per la difficoltà ad adattarsi ad uno stile di vita diverso, spesso e volentieri peggiore del precedente. Questo succede naturalmente anche a chi ha vissuto nei dodici regni e poi si ritrova a vivere in Giappone: alcuni degli episodi che ho trovato più belli e toccanti sono quelli dedicati proprio al ragazzo protagonista del secondo arco, intrappolato in un corpo che non sente suo (🏳️⚧️) e perseguitato da vaghe immagini e ricordi che gli sembrano più veri della realtà, eppure distanti fino ad essere irraggiungibili. In alcuni casi si tratta di fantasmi assai poco metaforici del suo passato, che lungi da rappresentare una consolazione sono invece solo un fardello impossibile da posare che rende la vita giapponese insostenibile. Lo stesso trattamento realistico viene riservato ai rapporti tra genitori e figli, intriso spesso di una crudeltà e di un’indifferenza che non molte serie pensate anche per i più giovani hanno l’onestà di mettere a nudo, e che rinforzano il profondo senso di alienazione in cui sprofondano diversi personaggi.
Questa è Sugimoto, dopo la radicale modifica del suo aspetto a seguito di un doloroso incantesimo. What was that about parallels again...
Ho già accennato ai diversi “archi” di cui Jūni Kokuki si compone, ma non sono entrata troppo nel dettaglio: nello specifico, la serie è divisa in quattro sezioni, ciascuna delle quali racconta storie diverse, tutte interconnesse tra loro ma raccontate seguendo personaggi diversi. Le light novel da cui l’anime è tratto sono tantissime, e solo le prime storie sono effettivamente adattate in forma animata: questo limite non è mai evidente, se non verso la fine del secondo arco, in cui è palese che esiste ulteriore materiale che narra le vicende successive del protagonista. Nel complesso ho trovato i primi due archi i meglio riusciti e soprattutto i meglio ritmati, ricchi di tensione e suspense ben coadiuvata dalla scrittura di tutti i personaggi, e dal fascino della scoperta di questo mondo alternativo che si delinea a pennellate sempre più precise sotto gli occhi dello spettatore. Per quanto invece la scelta di seguire tre protagoniste diverse – sì, la serie è donna-centrica in maniera molto rinfrescante per la media del genere – durante il terzo arco narrativo offra tantissimi parallelismi affascinanti e gli intrighi politici che si trova a dover gestire Youko siano abbastanza intricati da essere seguiti con trasporto, quando la serie preme sul nucleo della questione della predestinazione, del mandato divino e tutto il resto è incapace di dire qualcosa di interessante in un senso diverso da quello della “crescita individuale”, che cozza assai male con lo spazio che la serie vorrebbe dedicare a tutte le persone che non sono nobili immortali e predestinati e che fanno i conti con ciò che questa predestinazione divina altrui causa loro (principalmente corruzione, morte e violenza). Insomma, tanto la serie è abile nello scrivere archi del personaggio individuali assai competenti nel mostrare come i traumi e le esperienze passate influenzeranno le tue modalità d’interazione future, tanto fallisce quando il suo sguardo si posa sulla società e sulla politica dei dodici regni.
Mi preme infine fare qualche nota all’ambientazione rapidamente delineata all’inizio – soprattutto perché il mondo di Jūni Kokuki è per molti versi peculiare e interessante. Al di là del sistema d’elezione del regnante, infatti, i dodici regni sono contraddistinti da un bel po’ di altre peculiarità: i neonati non sono portati in grembo dalle donne, ma chiesti agli dèi e ottenuti tramite degli alberi sacri, esistono esseri umani nati con una forma bestiale che possono, a piacimento, acquisire quella umana, e così via… Tuttavia gli effetti che queste deviazioni rispetto al nostro mondo potrebbero comportare in termini culturali e sociali sono appena accennati. C’è una debole insistenza sul fatto che, libere dai “doveri materni”, le donne dei dodici regni godono di uno status identico a quello degli uomini (contraddetto, va detto, dalla evidente prevalenza della prostituzione femminile), ma le altre implicazioni che tutti questi elementi fantastici potrebbero avere sono ignorate, oppure appena accennate – il fatto che gli dèi a quanto pare concedano un figlio solo ad una coppia eterosessuale non sembra degno di approfondimento, né la straordinaria somiglianza tra le identità di genere di due mondi così diversi sul piano riproduttivo. Jūni Kokuki è un ottima serie “di formazione” ed è ricca di suggestioni intriganti, ma quando sarebbe interessante vedere che cosa significhino per la terra protagonista della serie improvvisamente lo sguardo della narrazione si fa vacuo e disinteressato.
Mi rendo conto che questo consiglio, schiacciato tra due paragrafi piuttosto critici, possa sembrare più negativo del solito – ma questo è dovuto al fatto che tessere le lodi di qualcosa raramente mi riesce in modo più articolato rispetto al punzecchiarne i punti ciechi. La verità è che se foste appassionati di o interessati ai portal fantasy, agli xianxia, ai fantasy di formazione con una spruzzata di intrighi politici e di magia mistica, la prima serie che vi consiglierei sarebbe proprio questa – complici anche un solido design e una direzione artistica davvero notevole, che regala in certi episodi dei picchi per quanto riguarda il medium dell’animazione limitata. Poi dai, c’è una spada magica che implora tutti i suoi possessori di uccidersi, non potete non dare una chance a questa serie.
Altri dodici regni, per un totale di ventiquattro regni
Avendo letto i paragrafi precedenti, sareste giustificati a pensare che quarantacinque episodi di Jūni Kokuki siano effettivamente abbastanza Jūni Kokuki per una vita intera, o perlomeno per un lungo periodo di tempo. Ma se per caso foste inclini a volere più Jūni Kokuki nelle vostre giornate, come a quanto pare lo ero io, esiste sempre la possibilità di… leggere i libri della saga? Guardare il musical del 2025? Sì, tutte informazioni veritiere, ma io invece ho scelto di avviare il videogioco di Jūni Kokuki per Playstation 2 uscito nel 2003 solo in Giappone: Jūni Kokuki: Guren no Shirobe, Koujin no Michi. Pur essendo stato pubblicizzato come RPG, quello che mi sono trovata davanti è un adventure game/visual novel, provvisto di un impalpabile combat system che ricorda vagamente quello dei JRPG, che ripercorre gli eventi del primo arco narrativo dell’anime (fatto salvo per l’inspiegabile assenza di Asano).
Ero indecisa su che cosa farvi vedere, ma alla fine ho scelto la schermata del combattimento perché gli sprite sono molto carini.
Esiste la possibilità di fare qualche scelta che modifica in parte l’andamento della storia, ma anche con la mia limitata comprensione del giapponese è evidente che la maggior parte degli eventi fino a dove sono arrivata a giocare seguono molto da vicino la storia della serie animata. Non ho testato il sequel, perché arrivata a diverse ore di gioco mi sono resa conto che nulla stava giustificando quell’attività, nemmeno la mia improvvisa passione per la saga – è un titolo davvero tedioso da giocare, con un combat system profondo poco meno di una pozzanghera. Certo, il fatto di aver potuto salvare ben due volte nelle prime tre-quattro ore potrebbe aver contribuito al mio giudizio… Tuttavia, se foste degli appassionati di esclusive giapponesi potrebbe meritare un’occhiata, soprattutto visto che i file .iso di entrambi i giochi, compatibili con qualsiasi emulatore della Playstation 2, sono disponibili sull’Internet Archive.